Bea, o dell’amore

[Questo post è apparso sulla mia pagina Facebook qualche settimana fa. Ve lo ripropongo perché mi fa piacere raccontare anche qui della mia amica Bea. Se vi andrà di condividere le vostre storie d’amore con i vostri amici animali ne sarò felice].

Ieri ho accompagnato una mia vecchia amica al suo ultimo appuntamento.
Era un’anziana signora. Noi pensavamo che fosse solo un po’ malandata, invece la dottoressa ci ha detto che era molto malata. Troppo.
Mentre meditavamo su come comportarci le grattavamo le orecchie (a lei piaceva tanto) e le accarezzavamo il nasone di velluto. Quando siamo riusciti a prendere una decisione lei ha fatto una micidiale puzzetta di assenso, che era anche un po’ un saluto affettuoso rivolto a noi, ed è riuscita a farci ridere anche se ci veniva da piangere.

Poi l’abbiamo accompagnata in una stanza dove lei si è addormentata lentamente e senza dolore, e fra le nostre carezze ha trotterellato su qualche nuvoletta di erba verde, di quelle su cui le piaceva tanto sdraiarsi a russare. E’ corsa via, e quel che è rimasto sdraiato sul lettino dell’ambulatorio non era più lei. Lei era altrove, o in nessun luogo. Ma non soffriva più.
Da ieri non faccio che pensare a questo paradosso e chiedermi perché non possa essere così per tutti, animali e uomini. Non riesco a concepire che non si debba offrire anche alle persone che soffrono senza rimedio la stessa possibilità. L’eutanasia non è un atto di violenza, ma un gesto di compassione e rispetto. Non è un superficiale e sbrigativo “Facciamola finita e non pensiamoci più” ma consapevolezza profonda di come sia auspicabile morire: senza dolore e con dignità. Non una liberazione, per chi resta, dal malato e dalla pesantezza della sua condizione, ma una liberazione da un dolore e da un tormento intollerabili.
Se è vista come atto d’amore verso un animale domestico, perché deve essere demonizzata e crudelmente proibita agli esseri umani? Lasciando stare i credo e l’opportunismo politico che non dovrebbero in alcun modo condizionare le scelte altrui, è talmente banale dirlo che quasi imbarazza, ma si dovrebbe essere padroni tanto della propria vita quanto della propria morte.
Poter ricevere carezze e compassione quando non si ha più bisogno che di quelle.
Bea era un personaggio: un po’ sdentata, atletica come Ronaldo a fine carriera e con quel caratteristico odore di peste che era la disperazione dei toelettatori canini di mezza Modena (pare stiano ancora cercando una soluzione al suo fetore per-niente-chic). Era adorata dagli altri umani dei parchetti per cani, forse perché a dispetto di quell’aspetto feroce pareva l’inequivocabile reincarnazione di un pelouche Trudi, o forse perché nessuno dimenticherà di quando un chihuahua le addentò una zampa e lei fuggì piangendo per tutto il parco. Per strada era un formidabile dissuasore di malintenzionati, li vedevi schizzare sul marciapiedi opposto come schegge impazzite. Al tempo stesso era il terrore di molte signore che sentivano ansimare alle proprie spalle, si voltavano convinte di essere pedinate da un esibizionista con l’impermeabile aperto e trovavano un molosso sbavante e col fiatone dopo trenta metri di passeggiata in piano.
Alla fine dei suoi giorni era una vecchina dal muso bianco che ha potuto dire addio dolcemente, accompagnata dai suoi umani. Un essere senziente che meritava, fino all’ultimo respiro, amore. Come noi tutti, no?
Ogni volta che torno a Modena incontro qualcuno che mi chiede di lei. Spero che non mi metterò a frignare di fronte al prossimo che mi domanderà come sta. Forse non sono stata la migliore umana che lei potesse incontrare ma lei è stata, fortuna mia, la cana coinquilina più aromatica, pigra e tenera della galassia.
P.s.: questo post parecchio sconclusionato e vergognosamente sentimentale per dire grazie a tutti quelli tra voi a cui ha sbavato i pantaloni e che non ci hanno presentato il conto della tintoria, e a chi ha avuto il coraggio di darle almeno una grattatina dietro l’orecchio. So che poi siete corsi a lavarvi le mani col napalm, ma va bene così.

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