Biciclette

Biciclette

Nella città in cui sono nata, tutti sanno andare in bicicletta.
I bambini, detti anche “cinni”, fanno appena in tempo ad imparare a camminare che mamma e papà li mettono su un triciclo, poi su una bicicletta con le ruotine, e alla fine via anche quelle, pedalare. Li vedi, piccoli piccoli, che sfrecciano seguiti dai genitori lungo le piste ciclabili con il casco in testa, le ginocchia sbucciate e un bel campanello luccicante, perché senza campanello si va poco lontano, è fondamentale averne uno bello squillante.
Non ci sono salite, dove sono nata, forse è anche per questo che vanno tutti in bici. Le strade sono tutte in piano, puoi vedere da dove vieni e anche dove stai andando. Può sembrare noiosa tutta questa prevedibilità ma credetemi, a ripensarci da lontano è rassicurante e bellissima.
Dove sono nata io tutti hanno una bicicletta, ammaccata o costosa che sia, e se la tengono ben stretta, perché non fai in tempo a parcheggiarla e scendere di sella che te l’hanno già rubata. Allora le vedi, le vecchie, rugginose Graziella legate ai rastrelli anche con due catene, perché ti venisse un accidente, io la mia “ciclo” non te la lascio mica.
Io ho imparato ad andare in bicicletta quando avevo quasi cinque anni. La mia bici era arancione, con le ruote piccine e i manubri bianchi. Ricordo solo che a un certo punto mi ero stufata del rumore che facevano le ruotine di plastica al milionesimo giro attorno a casa e avevo chiesto che me le togliessero. Provavo e riprovavo a stare in equilibrio come gli adulti, in bilico fra la paura di cadere e farmi male e la voglia di riuscire.
Ricordo che era mattina e faceva caldo. Sbucai fuori dal garage di mio nonno pedalando, finalmente, con un gridolino di sorpresa e soddisfazione, e ricordo che i giri attorno a casa diventarono due milioni, con curve a gomito e frenate spericolate per non schiacciare le code ai gatti della nonna, ehi, fate largo, io pedalo, io pedalo, io so andare in bicicletta!
Qualche giorno fa anche Zoe ha abbandonato le ruotine. Un giubbottino giallo con un sorriso larghissimo e gli occhi stretti in due fessure per la gioia e la concentrazione che passava accanto a podisti, coppie a passeggio, cani e padroni sul lungomare ignari della portata dell’evento che stava passando loro sotto il naso a piccole pedalate. Un raggio di sole che zigzagava sul marciapiedi dietro la spiaggia in una giornata grigia.
Non le abbiamo dato consigli, suo padre e io. A un bambino che sta imparando non puoi dire “Attento a non cadere” o “Vai piano”, o “Aspettami”, anche se vorresti dire proprio quelle cose lì. Non si può, perché a chi vuole farcela non puoi mettere sulle spalle una zavorra, semmai devi cercare di fargli credere che tutto sia possibile.
Lei ha fatto tutto da sola, perché quando uno è pronto, è pronto, e allora va.
Le abbiamo detto solo una frase che sembra contro natura per un genitore, ma che è l’unica possibile e toccherà abituarcisi, anche se fa un po’ stringere la gola.
Vai, amore. Vai e non voltarti.

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