C’erano una volta i genitori (e oggi c’è lo smartphone)

Questa è la storia di Pietro, due anni. Pietro arriva ogni giovedì in palestra insieme alla sua mamma per accompagnare la sorellina alla lezione di danza, la stessa a cui io accompagno mia figlia.
Durante i quarantacinque minuti in cui le nostre ballerine tascabili si esercitano in saltelli e plié, la mamma di Pietro tira fuori dalla tasca il suo smartphone e sprofonda su una delle poltrone, ipnotizzata e impermeabile a qualunque stimolo esterno, fosse anche un allarme nucleare o una pioggia di rane.
All’inizio dell’anno anche io, come tutti gli altri genitori presenti, snobbavo il libro che avevo in borsa, agguantavo il telefonino e passavo il tempo tra un social network e un messaggino. Troppa confusione lì dentro per riuscire a leggere, mi dicevo.
Balle.
Da qualche settimana ho abbandonato le chat e guardo Pietro che gioca da solo. È una visione che mi fa sentire in colpa e mi “disturba”. E non esagero. Perché, chiederete?, non è mica figlio tuo, fatti gli affaracci tuoi. E invece no, Pietro mi spezza il cuore.
Pietro dai riccioli biondi si aggrappa alle gambe della sua mamma, che non lo degna di uno sguardo. Allora lui si volta e corre qui e là, lancia il ciuccio sul pulitissimo pavimento della sala d’attesa e lo rimette serenamente in bocca, si arrampica sulle poltrone, osserva chi suda sul tapis roulant. A volte cade, perché si sa, i piccoli esploratori hanno una vita piena di imprevisti, ma dopo un attimo di stupore si rialza senza un lamento. Si vede che è un bambino che ha imparato a vedersela da solo, ad aspettarsi poco. Forse perché la sua mamma è ostaggio dello smartphone. Guardando lui e guardando lei, mi viene il sospetto che queste dinamiche non si verifichino soltanto in quei quarantacinque penosissimi minuti, ma che Pietro stia crescendo da “orfano di smartphone”.
Pietro osserva gli adulti che lo circondano. Si vede che cerca che i loro sguardi. Ma non trova né quello di sua madre, né degli altri genitori. E in fin dei conti, è corretto dire che i genitori, in quella stanza, non ci sono. Sono altrove. Siamo altrove.

Questa non è solo la storia di Pietro, ma un po’ quella di tutti i nostri figli. Orfani di smartphone, senza esagerare.
Puoi vederli in tutti i luoghi pubblici, alcuni schiamazzanti e scalmanati, impunemente maleducati. Altri rassegnati e annoiati, magari davanti a un tablet che fa loro da babysitter e compagno di tempo perso. Bambini e bambine lasciati “liberi”. Ma liberi di cosa? Liberi di non rompere le scatole ai genitori, che hanno da fare. Quel da fare è nel 99% dei casi chattare, navigare, “socializzare”.
Alzi la mano chi può affermare senza timore di essere smentito di non aver mai preferito lo smartphone ai propri bambini.
Alzi la mano chi non ha ceduto almeno una volta alla tentazione di piazzarli davanti al telefonino a suon di canzoncine rimbecillenti su Youtube.
Alzi la mano chi non vede l’ora che si addormentino per concedersi un “sano” tête a tête con lo smartphone.
La domanda (a cui ho paura di rispondere) è: se siamo sempre davanti a uno schermo, ora noi, ora loro, quand’è che ci guardiamo negli occhi?
E anche: che esempio diamo ai nostri figli da dietro uno schermo? Non sarà troppo tardi quando decideremo che è ora di educarli? O forse rimandiamo la faccenda all’infinito perché temiamo che di educarli non saremmo in grado?
E poi: non vale la pena di essere un po’ meno “connessi” alla rete e più connessi ai nostri figli?
Quando troviamo il tempo di comunicare? Quando decideremo che è ora di stare insieme, noi e loro? Ma insieme-insieme, senza nessuno schermo di mezzo, né squilli, né videogiochi né gruppi WhatsApp.
Secondo una ricerca di Telefono Azzurro non sono solo gli adolescenti a passare tanto, troppo tempo smartphone alla mano, ma anche i genitori. E alla fine, cosa resta? Cosa resta quando l’infanzia dei figli si trasforma in adolescenza e abbiamo perso la nostra unica occasione per conoscerli e farci conoscere?
Alla radio, in questi giorni, passa lo spot di un gestore telefonico in cui il padre torna a casa e, trovando il resto della famiglia beatamente immerso nel limbo della rete, esclama tutto contento: “Oh, che bello, allora mi connetto anche io!”. ‘Ma razza di minchione che non sei altro’, penso ogni volta. È una delle cose più tristi che abbia mai sentito. Ma davvero, oggi, stare insieme significa solo ‘stare online tutti insieme appassionatamente contemporaneamente’? È inevitabile andare in quella direzione come una mandria di bufali verso il baratro? Non si potrebbe prendere il buono della tecnologia e il resto lasciarlo fuori dalle nostre case e dalle nostre vite?
Da piccola mi facevano ascoltare una canzone che è anche una fiaba, ‘Alla fiera dell’est’. Erano tempi in cui la tecnologia e gli smartphone non erano ancora entrati a gamba tesa nelle nostre vite. Oggi, il testo potrebbe essere questo: “[…] e venne lo smartphone, che si mangiò il genitore, che il bambino al suo destino abbandonò”. Ma cambiare il finale si può sempre. Basta aver voglia di riscriverlo. Magari a quattro mani, due grandi e due più piccine.
L’ultima volta che ho accompagnato la mia bimba in palestra, Pietro aveva il nasino gocciolante, ma gocciolante da Guinness dei primati. Ho cercato di resistere, ho aspettato, mi son detta che non erano fatti miei, ma quando lui ha accennato ad asciugarsi con la manica della giacca non ho resistito. Ho preso un fazzolettino, gli ho fatto cenno con la mano di avvicinarsi (la madre non si sarebbe accorta nemmeno se fosse arrivato Godzilla a giocare con lui) e l’ho pulito.
Credo che ora siamo più o meno amici, o qualcosa del genere.
Peccato che la sua mamma non lo saprà mai.

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