Chiamami col mio nome


Può capitare, nella vita, di attraversare periodi di incertezza riguardo alla propria identità: chi sono? Cosa voglio? Dove sto andando? Dedali di domande marzulliane a cui cerchiamo di dare risposta con più o meno fortuna.
La maternità è la fase per eccellenza in cui alle classiche domande da gente confusa si aggiungono quelle tragiche e definitive: farò mai più una pipì da sola? Dormirò di nuovo otto ore filate? Dov’è finita la ragazza spensierata che ero p r i m a? E soprattutto, come mi chiamo?
Badate, quel “Come mi chiamo” non è solo conseguenza della mancanza di sonno, per cui il genitore medio si alza dal letto completamente stordito dopo una notte in bianco: è che, dopo essere diventati padri ma soprattutto madri, si rischia di dimenticare il proprio nome.

Pochi minuti fa, guardandomi allo specchio mentre mi struccavo, mi è venuta la pessima idea di andare alla ricerca della me stessa assopita. Prima ho tolto il fondotinta, poi il mascara. Ma di me nessuna traccia. Allora mi sono avvicinata allo specchio, vicina, ancora più vicina, per scrutare il mio viso. Ho scavato sotto le occhiaie, dietro le rughette ai lati degli occhi, ma di me stessa ancora nemmeno l’ombra. E mi sono chiesta: dove sei finita, Valentina? Sei tutta qui? Dove siamo finite? Non ci sarà, forse, una parte di noi che sonnecchia sotto la rassicurante e soffocante coperta della quotidianità, dei doveri, del “prima gli altri, a me penserò dopo”?

Dove siamo?

Nelle chat della scuola non ci chiamiamo certo col nostro nome di battesimo, ma ‘Caterina Mamma Filippo’, o ‘Elena Mamma Giulia’. Ne parlavo questa mattina con un’amica e madre: identifichiamo quasi tutte le altre mamme della scuola non dal loro nome, ma dai loro figli.
“Oh, guarda che bella maglia la-Mamma-di,
Hai visto che parcheggiata di melma la-Mamma-di?,
Ma la-Mamma-di lo lega al seggiolino prima di ripartire?”, e così via.
Anche per gli insegnanti siamo ‘la-Mamma-di’, e lo stesso accade con gli istruttori di nuoto, basket, danza.
Perfino al padre dei nostri figli a volte quando si rivolge a noi sfugge un “Mamma” che fa cadere stecchite all’istante le povere ovaie (lo avete sentito quel ‘paf’? Ecco).
Chiamiamo il pediatra? Non gli diciamo “Sono Valentina, la-Mamma-di”, no no, ma solo “Sono la-Mamma-di”, perché il nostro nome in questo caso non è importante, è un dettaglio trascurabile.
Ma di preciso, quand’è che abbiamo iniziato a ritenere trascurabile il nostro nome?

Non è mica una bazzecola perdere il proprio nome, perché in esso è contenuta la storia di una persona. Il perché quel nome è stato scelto per noi. Il suo diminutivo. Le storpiature che ne facevano i simpaticoni a scuola. Le mille sfumature con cui è stato pronunciato da chi ci voleva bene. La rabbia con cui chi ci voleva male ha tentato di accartocciarlo. L’emozione con cui lo abbiamo pronunciato noi al momento di affrontare una prova importante.
Non so voi, ma io mi sono accorta che da quando sono madre lo pronuncio di rado per identificarmi, quasi fosse un peccato di superbia impugnare il mio nome e pretendere di esserci, essere al centro se non dell’attenzione generale almeno della mia. E invece la minuscola parte saggia che continua a tenere duro dentro questa trentanovenne scimunita mi suggerisce di averne cura, del mio nome, e pretendere che non prenda la polvere.

È per questo che difendo il mio diritto ad avere tempo per me, e anche se a volte sembra proprio che quel tempo non ci sia io me lo invento. Lo ritaglio al mattino, quando tutti dormono ancora. Me lo prendo di sera, quando sarebbe ora di dormire e invece decido che basta sbadigliare, è tempo per me.

È per questo che coltivo passioni, minuscole e immense. È per questo che ho imparato da una persona più saggia di me ad andare al cinema da sola, è per questo che mi tengo strette le amiche vere, è per questo che scrivo, leggo e spalanco gli occhi sul mondo, per far prendere un po’ di sole alla me stessa che non voglio certo lasciare appassire. Per far respirare il mio nome, la sola parola che insieme a “Mamma” mi farebbe voltare in mezzo a un milione di persone.
Chiamami col mio nome, io risponderò sorriderò.

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