Dichiarazioni d’amore

Dichiarazioni d’amore

Come ogni giorno (tranne quando il papà, partendo in trasferta, si offre di fare lui da tassista), anche questa mattina il pullmino Mammaturchina Transport è partito alla volta della scuola, al grido di “Viaaa, verso nuove, fantastiche avventure!” (i bambini si aspettano che lo dica ogni volta che l’auto varca il cancello e sì, mi sento molto come una specie di ibrido fra Mary Poppins e un life coach da crociera).

Questo è uno dei miei momenti preferiti della giornata. Le colline intorno a casa si sono finalmente tinte dei colori dell’autunno, il sole batte sul parabrezza, ancora una volta mi maledico per aver dimenticato di pulire il vetro dall’interno, come ogni mattina chiedo “Avete caldo? Freddo? State bene?” (mi accerto che i miei passeggeri viaggino comodi). Dopo la prima curva, Zoe comincia a raccomandarmi di non correre troppo (cosa che non faccio, anche perché la strada è così dissestata che ricorda il suolo lunare).
“Mamma, vai così forte che mi viene il solletico nella pancia!”.
“Ancia!” ripete Michele, il cui apice della padronanza linguistica di duenne è attualmente il copiaincolla dei finali delle parole.
“Ma no, amore, guarda che vado piano, non preoccuparti. Ti sembra che vada forte solo perché siamo in discesa”.
Nel frattempo alla radio sta passando “Pezzo di me” di Levante e Zoe, che solitamente chiacchiera a ruota libera per tutta la durata del viaggio, rimane stranamente silenziosa.
‘Tu sei un pezzo di me
Sei un pezzo di me
Sei un pezzo di me
Sei un pezzo di me
Sei un pezzo di me
Sei un pezzo di me […]’.
Zoe: “Mamma, perché lei dice ‘pezzo di me’?”.
Michele: “Me!”
Panico. Calma e sangue freddo. “Forse vuol dire – ehm – che quella persona è una parte di lei”.
Zoe: “Perché?”.
Michele: “Ché?”.
Io: “Forse perché a quella persona lei vuole bene”.
Zoe ci pensa su, guarda fuori dal finestrino, sorride.
“Mamma, quando arriviamo a scuola posso dire a T. che è un pezzo di me?”. (T. è uno dei fidanzatini di Zoe. Lei ne ha diversi: quello che la fa ridere, quello più basso, quello scalmanato. Li cambia a seconda del meteo, dell’umore, dei virus che decimano la classe).
Michele: “Me!”.
“Ecco, tata, potresti dirgli che è una p a r t e di te, come ti sembra?”.
“Ok, mamma!”.
Accompagno Zoe in classe e togliendole la sciarpa le bisbiglio con fare cospiratorio “Allora siamo d’accordo, sì? ‘P a r t e di me’, ok?”. Ma Zoe non risponde, mi bacia frettolosamente e corre via.
Ora sono qui, fuori dalla scuola, con le dita incrociate a sperare che lei abbia usato le parole giuste. Me la vedo, davanti alle insegnanti e agli altri bambini, a dire con gli occhi bassi a T. “Sei un pezzo di me!”. Le maestre, che mi credono una mamma assennata, comincerebbero a trattarmi con la stessa diffidenza che alla materna è riservata solo ai pidocchi. La mamma di T., alla quale già sto antipatica, avrebbe finalmente un motivo per guardarmi così di traverso. E che dire del tenerissimo spasimante in erba, colpito da un trauma che si porterebbe dietro per tutta la sua vita amorosa?
Da domani solo canzoni in inglese, che è meglio.
Dichiarazioni d’amore poliglotte, non vi temo.

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