Felicità

Foto dal web

In vacanza Zoe ha fatto amicizia con tanti bambini.
C’erano bambini felici, come Sofia, cinque anni, la miglior complice-da-scivolo-giallo che mia figlia potesse desiderare. O come Alan e Evan (zitti tutti, meritano un post a parte per quanto erano simpatici!), due fratelli chiacchieroni che mi hanno stordita di domande.
Felici come Nicola, gelosissimo della sua attrezzatura da costruttore di castelli di sabbia, e come Flora, professionista delle bolle di sapone.
E c’erano bambini meno felici.

I bambini meno felici hanno gli occhi come pozzi e una domanda sulle labbra, però non la dicono mai. Sembra che con lo sguardo ti chiedano “Resta ancora un po’ con me” perché si sentono soli. Spesso, lo sono.
Come Mattia, tutto il giorno ad annoiarsi sotto l’ombrellone con un papà e una mamma ipnotizzati da tablet e smartphone. Genitori che lo rimproveravano di non stare buono e fermo abbastanza. Fermo e buono al mare. In spiaggia. Circondato da bambini vocianti, panati di sabbia, sporchi di gelato, ebbri di sole e divertimento. Mattia con un papà lagnoso che si relazionava con lui usando solo mortificazioni. “Ma cosa hai fatto, hai annodato il filo dell’aquilone!”, “Ma insomma, non sei capace nemmeno di stare a galla?”. Cinque anni e poter guardare il divertimento solo dal lettino di mammà.
O come Anna e Alex, in piscina con uno zio-showman che si sentiva in dovere di mostrare al mondo il suo innovativo metodo per insegnare ai bambini a nuotare: buttandoli in acqua e vedendo se galleggiano, geniale, no? Anna e Alex hanno bevuto metà dell’acqua di quella piscina, non hanno imparato a nuotare, sono sgattaiolati via tenendo in mano, insieme alle cuffie da bagno, la loro mortificazione, inseguiti dagli improperi dello zio (che avrei volentieri lanciato da un aeroplano senza paracadute. Ma così, eh, per vedere se volava).
O bambini meno felici come Isabella, uno scricciolo di sei anni che ha abbordato mia figlia sui gonfiabili, le ha preso la mano e per le successive due ore non l’ha più lasciata. Abbiamo chiacchierato un po’. Ci ha raccontato che ogni sera il suo papà la portava lì e poi se ne andava a giocare ai videopoker. Ma non tornava mai a prenderla, e lei ogni volta doveva chiedere al bigliettaio di andare a chiamarlo, però il bigliettaio si arrabbiava. Isabella raccontava e i suo occhi si facevano sempre più grandi e lucidi di tristezza. Le ho detto che se voleva potevamo andare a chiamarlo insieme, il suo papà, e lei ha risposto in fretta “Non fa niente” con una tale rassegnazione che per un attimo l’ho vista cercare di tenere insieme i cocci del suo cuore di bimba. Una minuscola bambina paziente e rassegnata. Abbiamo aspettato insieme a lei che suo padre tornasse a prenderla, era mezzanotte passata. Nello spazio giochi eravamo rimasti soltanto noi. Quell’uomo è arrivato come nulla fosse, ha detto un “Dài” a Isabella. Lei ci ha salutati, “A domani!” e non ho avuto il coraggio di dirle che no, la sera successiva non ci avrebbe trovati lì.
Ecco, ogni volta che mi capita di incontrare una Isabella mi chiedo cosa passi nella testa e nel cuore di chi tratta i bambini come fossero un fastidio anziché la più grande occasione. I figli sono una possibilità per dare il meglio di sé, tentare di superare i propri limiti. Per farsi un bell’esame di coscienza, mettersi a nudo, essere grati per l’opportunità di specchiarsi in un lago di acqua di sorgente.
I bambini andrebbero protetti. Incoraggiati, aiutati, rassicurati.
Ai bambini si dovrebbe dare la mano.
Bisognerebbe farli ridere, divertire, ispirarli. Sono la parte luminosa dell’umanità e difenderli (anche da noi stessi, soprattutto da noi stessi) dovrebbe essere un comandamento. Che senso ha maltrattare o sminuire i bambini per poi postare sui social le loro foto come fossero figli venerati da genitori devoti? Eh no, i fortunati siamo noi, stanchi o no, esauriti o no, con figli ubbidienti o no: fortunati di una fortuna così abbagliante che spesso ci infastidisce, perché ci costringe a confrontarci con le nostre inadeguatezze.
La soluzione non è mai cercare di abbassare loro al nostro mediocre livello, come volessimo a tutti i costi tirar giù un palloncino che vola. Non so quale sia, la via per sentirci meno imperfetti. Forse potremmo iniziare a osservarli, buttare via i giudizi, tentare con tutta la fatica del mondo di somigliare un po’ di più a loro e meno a noi stessi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.