I salti magici e quei momenti che non tornano più

I salti magici e quei momenti che non tornano più

Saltare è uno dei giochi preferiti di Michele.
Non ha ancora imparato come staccarsi da terra ma si impegna molto e sembra felice dei risultati: ti avvisa con un “Sàttooo!”, si esibisce nel gesto atletico, gli occhiali balzano sul nasino, poi lui fa un sorriso grande così, fra l’orgoglioso e l'”Hai visto che roba, mamma?”.
Impossibile non sorridere a mia volta, ho davanti un ometto di nemmeno un metro che tenta l’impresa della vita. Di questo morso di vita: al secondo figlio ho ormai imparato che domani Michele potrebbe non saltare più perché ha deciso che gli interessa rotolarsi, nascondersi o fare i puzzle. Per questo è importante guardare i nostri bambini, per non perdere quell’attimo che non tornerà mai più.

Michele salta dappertutto: sul tappeto del salotto, al supermercato fra gli sguardi divertiti degli addetti al banco gastronomia; ci ha provato anche nella vasca da bagno ma prima che potessi dissuaderlo è scivolato a sedere e credo abbia capito che quando si è a mollo nella schiuma è meglio rilassarsi. Salta quasi dappertutto, dicevo, come se volesse smettere per un attimo di essere il più piccolino, quello verso cui tocca chinarsi, e volare fino alle teste dei grandi, “Eccomi, sono qui anch’io!”.
Ogni volta mi complimento per i suoi salti, ogni volta mi mostro stupita e lo sono davvero: non conosco adulti che tentino con la stessa costanza, con la stessa sorridente fiducia di imparare qualcosa di nuovo. Ma i bambini sì. Loro nascono con un guscio fragilissimo che racchiude la forza più trascinante e noi non dovremmo fare altro che aiutarli a diventare se stessi. Detta così sembra cosa facile, ma è la più difficile del mondo.
A volte Michele mi prende le mani per saltare più in alto, ci mettiamo una di fronte all’altro e hop!, saltiamo insieme, o meglio, lui salta e io molleggio sulle ginocchia, e lo aiuto a staccare i piedini da terra.
In quel momento, io sono la sua polvere di fata. Sono la fatina Trilly che aiuta i bambini a volare verso l’Isola-che-non-c’è.
Mio figlio mi dà la mano perché pensa che io sia magica. E io gli sono grata, perché quando fra qualche anno mi guarderà con ostilità pensando che non lo capisco affatto io mi terrò stretti questi momenti. Saranno la mia bussola per non naufragare nel mare burrascoso dell’adolescenza. E mi piace pensare che, quando un bel giorno veleggeremo in acque amiche e saremo un giovane uomo e una signora di mezz’età che si vogliono bene di nuovo, gli racconterò di quelle volte in cui lo guardavo imparare a saltare, di quanto fosse stancante e meraviglioso osservarlo crescere, e scommetto che nell’angolo di qualche cassetto riusciremo anche a ritrovare un pizzico di quella magica polvere di fata per prenderci le mani e fare un grande salto insieme, se ci andrà.

Foto dal web

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