Il centro prelievi, la gravidanza e la tombola umana

Il centro prelievi, la gravidanza e la tombola umana
Illustrazione di Nathalie Jomard

 

Durante la gravidanza c’è un luogo selvaggio e periglioso che le future mamme sono costrette a frequentare: il temibile centro prelievi.

Una volta al mese, come sorge il sole, una gravida si sveglia e sa che dovrà recarsi al centro prelievi. Una volta al mese, come sorge il sole, una gravida si sveglia e sa che dovrà sgomitare come e più degli altri o a furia di farsi passare tutti davanti partorirà in fila al centro prelievi. Una mattina al mese, come sorge il sole, non importa che tu sia gravida o no, l’importante è che cominci a correre, perché nessuno, ma proprio nessuno, avrà pietà di te, baby.

Il centro prelievi lo riconosci dall’insegna lampeggiante degna dei peggiori bar di Caracas. C’è scritto “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”. Al centro prelievi sai quando entri ma non sai se ce la farai a uscire in tempo per festeggiare il compleanno di tuo nipote, tre mesi dopo.
Il centro prelievi è quel luogo di attesa snervante, sguardi torvi e bacilli in the air in cui tutti devono “Munirsi dell’apposito numerino” ma nessuno capisce dove si prenda, quel benedetto pezzettino di carta, e allora li vedi che girano in tondo come falene attorno alla luce in cerca di un indizio, di un segno divino che indichi la via, finché la -di solito cattivissima- infermiera addetta all’accoglienza fa un urlo fra il rassegnato e l’omicida: “Signori, i numerini dovete prenderli al piano di sotto, corridoio di destra, prima saletta a sinistra, fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla un’altra volta e chi arriva ultimo paga le analisi delle urine a tutti!”.

Al centro prelievi c’è la signora che arriva ignara di tutto: non sa perché sia lì, non sa più nemmeno come si chiama, sa solo di dover fare pipì da qualche parte. Si avvicina in punta di piedi, quasi spaesata, all’infermiera: “Scusi, dove prendo il numerino? E dove la faccio la… ecco, sì, ha capito, no? Ah, dovevo portare un contenitore? Ne ha mica uno da p r e s t a r m i?”. L’infermiera le indica una porta, quella sbaglia mira, finisce nello sgabuzzino e lì resta, insieme alle scope e ai mociovileda.
C’è il megalomane che arriva con un barattolo da mezzo chilo di cetriolini sottaceto e lo porge all’addetta: “Sì, sono le urine. Contenitore sterile? In che senso, scusi?”.
C’è la signora très chic che nasconde le provette nella sua Birkin e quando è il suo turno le passa all’infermiera come se stesse maneggiando un chilo di tritolo: “Ehm. Uh. Ecco. Attenta!”. Perché la pipì non è fashion.
C’è l’adolescente che arriva scortato dalla mamma-bodyguard. Mentre lei chiede lumi all’addetta, il ragazzino è talmente sprofondato nello smartphone che potrebbero anche prenderlo e fargli una colonscopia senza anestesia e lui nemmeno se ne accorgerebbe.

Il tabellone elettronico chiama il numero 28. Tu hai il 4751.

Solitamente le donne in gravidanza e gli anziani sono tutti, felicissimamente raggruppati in un’unica, micidiale fila. Nessuno scienziato ha ancora saputo spiegare il motivo di questa felice decisione. Studi clinici hanno però dimostrato che il livello di aggressività di un over 65 aumenta in maniera direttamente proporzionale alla grandezza dei pancioni delle donne che attendono in coda.

La gravida attende, stoica, in piedi. Passano i minuti, la schiena inizia a scricchiolare, il bambino decide di appoggiare la testolina proprio sulla vescica. La gravida lancia uno sguardo speranzoso all’anziana signora davanti a lei, come a dirle “Signo’, aiuto. Mi farebbe passare?”. La pensionata le risponde con un ringhio da grizzly, che sta a significare “Col cavolo, ho il burraco in bocciofila alle 12”. Incontinenza per incontinenza, finirà che entrambe si faranno pipì sui piedi.

Il tabellone luminoso del centro prelievi chiama i numeri di una grande, interminabile tombola umana.
29. Il padre dei bambini. Quando uscirà da qui, sarà bisnonno.
37. Il monaco. Aspetta pure lui, che ci vuoi fare.
42. Il caffè. Magari!
43. La donna al balcone. Prenderà una boccata d’aria.
47. Il morto. Era in coda dal 2011.
48. Morto che parla. Starà imprecando.
53. Il vecchio. Quando è entrato al centro prelievi aveva vent’anni e tutti i denti.
77. Le gambe delle donne. “Ma quali gambe,” pensa la gravida “qui a forza di aspettare mi sono venuti due cotechini”.
87. I pidocchi. Pure?!?
89. La vecchia. Col suo deambulatore fa lo sgambetto a tutti quelli che cercano di passarle davanti.
90. La paura. Non è che mi fanno tornare domani??

E finalmente, mentre qualcuno, là fuori, ha scoperto come portare la pace nel mondo, gli alieni sono atterrati sulla Terra, hanno visto che postaccio è e sono fuggiti e il principe Harry ha sposato Meghan, è il tuo turno, cara gravida. Hai faticato meno la prima volta che hai avuto le doglie, ma ora scurdàmmoce ‘o ppassato, tocca a te, la vita è bella e non porti più rancore a nessuno.
Nella saletta dei prelievi il palestrato accanto a te, due spalle larghe quanto un armadio quattro stagioni, alla vista del disinfettante si mette a strillare come un tacchino e sviene. Ma tu no, gravida impavida. Tu hai affrontato tutto questo con uno scopo. Tu sei leggenda, mia coraggiosa panzona. Hai resistito a cali di pressione traditori, occhiate di sfida dalle altre panciute (“Io ce l’ho più grossa! Pappappéro”), tentativi di boicottaggio all’italiana (leggi: furbetti che cercano di saltare la fila). Ora hai il tuo cerottino sul braccio, scavalchi leggiadra il palestrato stramazzato e a testa alta fluttui verso l’uscita. Ti fermi alla cassa automatica per pagare le analisi (“Come vuole ricevere gli esiti? Via email? Via Facebook? Con un cinguettio di Twitter? O via Tinder, consegnati a mano da un papabile nuovo fidanzato?”. No, grazie, sono già abbastanza inguaiata, non si vede?) e scendendo i gradini a due a due plani verso il bar. Spalanchi le porte, ondeggiando come un Barbapapà ti fai largo fino al bancone a colpi di culone, stavolta tocca a te, eccheccavolo. “Due brioche e cappuccino. Subito!” sibili alla barista battendo il pugno come in un film western. Ahh, la colazione dei campioni, lo zucchero a velo che ti disegna due bei baffoni bianchi sulla bocca, i piedi gonfi come pagnottelle scalzi sotto il tavolo, il bimbo che fa le capriole nel pancione, grato di quelle squisitezze. Numero 72, la meraviglia.

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