Il secondo figlio (parte seconda)


Ed eccolo qui, il vostro secondo, minuscolo amore venuto a conoscere il mondo. Non ricordavate che i neonati fossero così piccoli e leggeri. Avevate dimenticato quella pelle trasparente e quasi aliena, la vocina roca e disperata che chiede di voi, la boccuccia che cerca subito il vostro seno e uhssignore, avevate completamente rimosso i crampi all’utero. Durante la notte, aspettate che l’infermiera vi porti quello sballo di Tachipirinamille con la stessa faccia rilassata che aveva Ewan McGregor in Trainspotting.

Ma soprattutto, ragazze, il trauma del vostro corpo che sboccia dolorosamente per fare spazio a una nuova vita è nulla in confronto alla calamità massima: i pannolini, amiche. Pannolini piccolissimi ma pienissimi. Pannolini a tutte le ore. Pannolini come se piovesse (e in effetti qualcosa piove: su di noi nemmeno una nuvola, ma tu, tesorino, defechi che è una favola). Pannolini che, se il vostro compagno col primo figlio si prestava a cambiare, con il secondo state certe che non li vedrà nemmeno col cannocchiale. Per qualche strana legge esistenziale, infatti, il maschio sapiens entra in contatto con gli scarichi radioattivi del secondogenito sì e no tre volte nella vita. Gli scienziati di tutto il mondo tentano invano di svelare questo mistero: perfino i mariti più esemplari quando arriva il secondo figlio se la danno a gambe non appena sentono la parola “pupù”. Indovinate un po’ a chi toccherà fare tutto il lavoro sporco?
I ricercatori sono al lavoro anche su un altro quesito: perché quando una mamma è alle prese col primo figlio è tutto un fiorire di suocere che le spicciano casa, amiche che arrivano a sorpresa con ceste di cremine profumate, mariti premurosi e vagamente ansiosi, mentre quando è la volta del secondo figlio quella stessa mamma non se la caca più nessuno? Lo scopriremo nella prossima puntata di Kazzenger.
Siete (finalmente?) immerse nella tranquillità di casa vostra. Illuse! Pensateci. Prima i numeri erano a vostro favore: due genitori, un bambino. Ora siete a quota due genitori, due bambini. Che significa parità. Che significa vinca il migliore. Che significa che i vostri figli vi faranno il sedere a strisce. Perché sono pieni di energie, mentre voi arrivate a sera con la vitalità di un bradipo ipoteso.
Forse avevate deciso di fare il bis perché il vostro primo figlio era tranquillo, dormiglione, affettuoso: non vedevate l’ora di replicare. Ma signore, si chiama riproduzione, non clonazione. Infatti, di solito, il secondogenito è così anarchico da farvi venire voglia di sbattere la (vostra) testa contro il muro. Dovrebbero nascere sventolando una bandierina con scritto “E mo’ so’ cavoli vostri!”, sarebbe più onesto. Patti chiari, amicizia lunga.
Se col primo eravate tutte disciplina, rigore e teoria applicata a meraviglia, col secondo sarete improvvisazione, sopravvivenza e rassegnazione. Il primo in casa toccava solo i suoi giocattoli? Io al secondo darei anche un vaso Ming, basta che mi lasci fare una doccia di trenta secondi in santa pace. Il primo aveva orari svizzeri per pisolino e pappa? Il secondo ha gli orari fissi anche lui: sì, tirare la coda al gatto alle 14.00 e il lancio della forchetta alle 18.05. Il primo figlio non sapeva nemmeno cosa fosse un cartone animato? Il secondo li guarda con la sorella e quando sente la sigla di Masha e Orso sembra John Travolta ne La febbre del sabato sera, baby.
Idem con il cibo: per il primogenito autosvezzamento biologico, a chilometro zero, senza sale percarità. Per il secondo stare a tavola vuol dire rubare il cibo dal piatto della sorella, fare gli occhi dolci senza successo alle birre del papà e slanciarsi verso il cioccolato al grido di “All’attaaaccooo!”.
I secondi sono tosti e non si spaventano davanti a niente, sarà perché fin dai primi giorni di vita devono sopravvivere al fratello maggiore che cerca di eliminarli dalla faccia della terra, sarà perché la cicogna li porta apposta a noi mamme per farci abbassare quella cresta da “Sono una madre esemplare, pappappero”.
Alla tremilionesima volta che chiamerà la sorella e inizieranno a darsele come in Fight Club vorreste solo dare una pacca sulla spalla al loro padre e dire “Tesoro, scendo un attimo a comprare il latte” per tornare solo quando avranno preso la patente. Se per una coppia la prima gravidanza è una rivoluzione, la seconda è un maremoto. Bisogna tirare fuori anche le risorse che non si sapeva di avere, altrimenti si rischia di fare naufragio. (Ma questo è un altro capitolo).
Raddoppiano i figli, raddoppia tutto: l’amore, le preoccupazioni, i timori, le incazzature, il sonno (vostro), l’energia (loro!), la fatica. L’equilibrio riconquistato dopo il primo figlio, sconvolto ancora una volta.
Ma allora… perché?
Per il desiderio fortissimo che i figli abbiano un complice e amico per sempre. Due piccole mani strette l’una nell’altra, aiutarsi a non cadere, quelle cose lì, tra fratelli.
Per la nostalgia di poter annusare di nuovo la piccola, profumata testolina di un neonato. Per stringerlo a sé nel vano tentativo di sentirsi ancora una cosa sola.
Per la gioia indescrivibile di vedere due piedini paffuti aggirarsi incerti per casa. Di nuovo ninnenanne la sera, quella manina che vi si aggrappa alla maglietta mentre il vostro secondo bambino si lascia andare al sonno. Ancora una volta tutte quelle canzoncine che credevate di detestare, ìaìaoh, ma si vede che non era proprio così.
Per scoprire, finalmente, che occhi avesse quel bambino che sognavate da sempre.
Per accorgervi, ora che è nato, che non potete controllare nulla, e che nulla è come lo immaginavate.
Possiamo solo amarli, i figli, e guardarli allontanarsi, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, con un groppo alla gola di orgoglio e malinconia, assaporando ogni carezza, ogni scoperta, ogni risata.
Imparare a sostituire l’aggettivo “difficile” con “meraviglioso”.

2 thoughts on “Il secondo figlio (parte seconda)”

  • Cara Valentina, come ti ho già scritto, ho amato questo post e trovandomi ad un passo dall’inizio della mi nuova vita con due bimbi posso solo che apprezzare le esperienze scritte come questa.
    Grazie

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