Lotto marzo, lo sciopero globale delle donne

Quando ero piccola, la festa della donna era per me il giorno in cui noi bambine trovavamo sui banchi di scuola le mimose degli ammiratori. Una specie di gara a chi riceveva più fiori.
Cosa sia davvero l’8 marzo lo capisci crescendo.

La prima volta che ti dicono “Tu non puoi farlo, sei una femmina”.
La prima volta che torni a casa la sera tardi sentendoti una preda.
La prima volta che qualcuno si azzarda a metterti le mani addosso, o ti demolisce psicologicamente.
Il primo colloquio (di una lunga serie) durante il quale ti chiedono se hai intenzione di avere figli.
La prima volta in cui ti accorgi con una fitta di umiliazione che i tuoi colleghi uomini sono meglio pagati.
Ogni volta che vengono dati per scontati i tuoi doveri e ogni volta in cui devi conquistare col doppio della fatica i tuoi obbiettivi.
Per questo oggi sto dalla parte dello sciopero globale delle donne. “Sciopero” significa “astensione”. Oggi questa parola acquisisce anche la preziosa sfumatura di chi alza la voce per vedere riconosciuti non privilegi, non favori, ma diritti.
Il diritto a pesare quanto l’altra metà del cielo.
Il diritto ad accedere a tutte le cariche a cui hanno accesso gli uomini.
Il diritto ad allevare figli mantenendo il posto di lavoro.
Il diritto a decidere del nostro corpo.
Il diritto a non essere schiave.
“Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”. Oggi creiamo un po’ di disagio, a livello pubblico e privato. Quel disagio è un milionesimo di quello che viviamo sulla nostra pelle ogni santo giorno.
E chi dice che scioperare è ridicolo, o inutile, è in cattiva fede. È in cattiva fede, o ha uno sguardo superficiale, anche chi dice che non dovrebbe essere una protesta di genere. Non lo è, perché la voce delle donne è la voce di tutti coloro che difendono i diritti, la parità, l’accoglienza. Il progresso.

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