“Non dire cazzo”. Cazzo, che libro!


Qui a Senigallia sono i giorni del Summer Jamboree, il più grande festival musicale internazionale di cultura, concerti, esibizioni e musica degli anni Quaranta e Cinquanta che fa ballare tutta la città, e i librai di Mondadori Bookstore Senigallia mi hanno consigliato un libro in sintonia con questa manifestazione: spumeggiante.
In realtà “Non dire cazzo”, di Francesca Rimondi, bolognese di quarantatrè anni alla sua opera prima, è molto di più. È il libro che, quest’anno, mi ha fatto più ridere, immedesimare e commuovere. Una lettura che decanterà dentro di me e credo che, anche fra qualche tempo, mi darà ancora spunti di riflessione (sicuramente la voglia di rileggere alcuni dialoghi) perché ha saputo parlare senza fronzoli a quella parte di me che desidera disperatamente un ‘pat-pat’ di solidarietà sulla spalla.

Premessa: recensione ad alto contenuto di scurrilità, astenersi cuoricini sensibili.
Mi sono ritrovata a ridere da sola con le lacrime agli occhi per il modo esilarante e tagliente in cui Francesca racconta la sua vita da madre, figlia, compagna e, un momento dopo aver asciugato quelle lacrime, a commuovermi per un dialogo tenero e buffo tra Numero Due e la sua mamma.
Mi sono immedesimata nel drammatico argomento delle chat di classe su WhatsApp, dove si incappa nel meglio (?) e nel peggio (di solito il peggio a livelli patologici) di quella fetta di umanità che ha figli.
Mi sono ritrovata (e ancora la sto metabolizzando) in questa frase: “Nessuno mi aveva avvertito. Nessuno mi ha detto che dopo i quaranta il tempo ti passa così, ad accudire vecchi e bambini, crescere tutti, cercare tracce nelle loro espressioni, vecchie e bambine, nel loro cercami, tutti che ti cercano e io che cerco loro. Forse avrei gentilmente rifiutato, ‘no grazie, ragazzi, non è roba per me'”.
Il titolo non è la solita strizzata d’occhio furbetta alla parolaccia come ‘Attira-lettori’ ma, come spiega la stessa autrice in una recente intervista, “[…] credo che non ci potesse essere nessun altro titolo così azzeccato. Nel romanzo se lo dicono tutti: non solo la madre ai figli, ma i figli alla madre, la pediatra alla madre, la madre al nonno, il nonno ai medici e via dicendo” e “tutti diciamo cazzo. Solo che nessuno è disposto a concedersi il lusso di pronunciarlo in occasioni pubbliche, davanti a sconosciuti, senza dover essere per forza aggressivi”. Ed è proprio così: quante parolacce diciamo, ogni giorno, pretendendo invece che i nostri figli non ripetano ciò che sentono dire a noi? I figli sono il nostro specchio: se diciamo Cazzo, lo dicono anche loro (e, quando leggerete questo libro, vi renderete conto che non è per forza un male che lo dicano). Assorbono come spugne il nostro modo di vivere, di affrontare le giornate, le difficoltà, di usare l’ironia, ascoltano musica se noi la ascoltiamo, leggono libri se ci vedono leggerli, vegetano sul divano se noi per primi ci abbandoniamo all’apatia, sono sereni se noi siamo – soprattutto – pronti
all’ascolto e sinceri con loro. La sincerità è un genitore che non si spaccia per perfetto ma mostra le sue fragilità e, di fronte a un fuoco di fila di domande scomodissime, non finge di essere chi non è.

«Mamma, tu hai mai fatto sesso?»
«Mamma, ma tu ti droghi?»
«Mamma, ma tu lo sai cos’è il gioco della bottiglia?»
«Mamma, ma tu non hai mai fatto sesso quando io ero in casa, vero?»
«Mamma, che cos’è un tampax?»
«Mi fai vedere il video dei Green Day su Youtube?»
«Mi fai vedere Youtube?»
«Mamma, quando nasce Numero Due posso andare a vivere a casa di Tuper Tario?»
«Posso stare sveglio tutta la notte venerdì?»
«Posso guardare L’Esorcista?»
«Posso guardare Nightmare?»
«Posso guardare Shining?»
«Possiamo andare avanti veloce nelle scene dove si baciano?»
«Possiamo evitare di guardare film d’amore?»
«Possiamo evitare di salutarci con il bacino allo scuolabus?».
E quando Numero Uno ti spara tutte queste domande – e molte di più – come fai a restare in piedi?

“Non dire cazzo” è un racconto di vita ad episodi. Brevi frammenti che a prima vista possono sembrare schegge impazzite ma che non sono affatto slegati fra loro: sono fotografie di attimi che, insieme, compongono giornate sempre uguali e sempre diverse, incasinate, imprevedibili, frustranti e contraddittorie come lo sono le vite delle madri, che non hanno mai uno scorrimento lineare, pacifico, sereno, ma sono dei tetris da incastrare per arrivare vive a sera.

Da madre non ho bisogno di libri che mi dicano che la maternità è meravigliosa, rosa, cuoriciosa.
Da madre, ho un disperato bisogno di qualcuno che mi testimoni, in maniera brillante, divertente, autoironica, quanto la maternità possa essere una carezza e subito dopo uno schiaffo in faccia e possa farci sentire impreparate, malinconiche, innamorate e con il diritto di dire qualche ‘Cazzo’ogni tanto. Ché non si è madri degeneri se scappa qualche parolaccia, perché in fin dei conti “L’unico modo per sopravvivere ai figli è occuparsene”.
P.s.: per tutta la lettura del libro non ho potuto fare a meno di chiedermi “Cosa cazzo sono i Camuni?”.

Non dire cazzo
Francesca Rimondi
Frassinelli
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 17.00

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