Piovono papere

papera

Qualche pomeriggio fa Zoe è tornata dall’asilo con una faccia strana. Non mi è corsa incontro come fa sempre e non mi ha regalato nemmeno mezzo sorriso. Le si leggeva negli occhi che qualcosa non andava.

“Cosa c’è, amore?”.
“…”.
“Sei arrabbiata?”.
“No”.
“Hai litigato con qualcuno?”.
A quel punto ho la sua vocina spezzata mi ha risposto:
“…l’Angelica mi ha dato la papera in testaaa!” e giù a piangere.


Mentre l’abbracciavo, immaginavo la scena: una quattrenne che colpisce in testa con un pennuto di gomma la mia quattrenne. Uno scontro fra titani da far scappare Hulk Hogan, avrà tremato perfino il pavimento. Le bidelle in tenuta antisommossa a ripristinare l’ordine cosmico.
Mi scappava un po’ da ridere, ma mi sono trattenuta.
Perché ho pensato che una papera in testa così, inaspettata, deve averla fatta restare proprio male. Al punto da scoppiare in lacrime.
Ho pensato che io, in quel momento, ero il suo conforto, la sua consolazione per la papera in testa.
Ho pensato che, ridendo, le avrei inflitto una umiliazione anche peggiore della papera in testa.
E ho pensato che a tutti noi capitano brutte giornate di papere in testa, e sarebbe orribile che qualcuno ci dicesse “Dài, che non è niente”. Perché ognuno ha la sua papera e chi siamo noi per giudicare quanto è stata forte la botta?
Ma sarebbe bello trovare, sempre, due braccia che ci avvolgano per dirci che è tutto a posto.
E, se non le abbiamo, possiamo provare ad essere noi, quelle braccia.
Da piccola volevo essere una supereroina. Oggi sono un ombrello aperto per quando piovono papere.
Il che, forse, è un po’ la stessa cosa.

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