Pattini

Qualche pomeriggio fa Zoe e io siamo andate a pattinare sul ghiaccio.
Per lei era la prima volta e non sapeva bene cosa aspettarsi, così si è infilata gli stivaletti e tenendomi per mano ha fiduciosamente messo piede sulla pista. Ora, la prima esclamazione che sgorga dal cuore quando, per la prima volta, si tenta di stare in piedi su una lastra di ghiaccio è all’incirca “Ma checc@**o…?!? Ma porc@*#**@!!!”. La sensazione è quella di avere due macigni al posto dei piedi e che le gambe non ci appartengano più, perché se ne vanno dove pare a loro come le palline di un flipper. Solo che, attaccati, ci siamo noi. Riassumendo: è i l p a n i c o.


Zoe non ha fatto eccezione e ha iniziato a scivolare come Aladino su un tappeto magico in vena di dispetti, fare spaccate contro la sua volontà e aggrapparsi alla mia mano per non finire spalmata a terra. Io le spiegavo come tenere le ginocchia, che è meglio cadere in avanti piuttosto che all’indietro, come muovere i piedi, ma dentro di me riuscivo solo a immaginare noi due inchiodate a centro pista e un camion gru che veniva caritatevolmente a prelevarci. Lei seguiva le istruzioni, ma poco dopo si scordava di me e delle mie dritte, rapita dagli altri temerari che, come noi, affrontavano il ghiaccio.
Le piste di pattinaggio sono affascinanti.
Le persone tentano, con alterne fortune, di restare in equilibrio. Mulinano le braccia, si inclinano pericolosamente all’indietro, accelerano e frenano schiantandosi contro le barriere laterali. Sembrano Pippo, l’amico goffo di Topolino. Ai piedi due lame sottili posate su un terreno a dir poco ostile. Nessun appiglio se non il bordo della pista, o (se si ha questa fortuna) una mano amica che promette “Non ti lascerò cadere”.
Bisogna trovare il proprio centro di gravità per rimanere in piedi.
E in mezzo alla corrente non si può certo stare fermi: bisogna andare.
C’è chi sceglie di restare sempre ai margini perché ha paura di cadere e fare una figura di melma, ma guarda con un po’ d’invidia i più coraggiosi.
C’è chi decide di lanciarsi anche se traballa un po’, perché pensa che il segreto per riuscire a restare in piedi sia solo uno: provarci.
C’è chi si sente fin troppo splendido e decide che i comuni mortali non possano fare a meno di cotanta beltà. Questi li riconoscete subito: prima si assicurano di essere osservati, poi scivolano sul ghiaccio impettiti come Roberto Bolle sul palco della Scala (per codesti soggetti è stato recentemente coniato l’hashtag #tepiacerebbe) e dalla bocca gli esce una nuvoletta di fumo a forma di cerchi olimpici. Io, che sono una brutta persona, spero sempre che sulla loro traiettoria ci sia un minuuuscolo sassolino sabotatore che li catapulti verso l’infinito e oltre.
C’è la romantica che si sdraia sul ghiaccio a centro pista perché ha visto troppe volte ‘Serendipity – Quando l’amore è magia’ e aspetta di essere trovata da quello svalvolato di John Cusack. A volte, cara amica dallo sguardo sognante, un John arriva e ti restituisce il tuo guanto giurandoti amore eterno, più spesso arriva solo il custode panzuto che ti guarda come una poverina e ti dice “Signori’, tocca che te alzi che dovémo chiude”, ma a quel punto la tua schiena è sottozero come un Bacalao della Bofrost e bisogna aspettare primavera per scongelarti. Nel frattempo resti lì appiccicata , diventi il monumento alla sfiga e vengono a fotografarti frotte di giapponesi.
C’è quello che sul ghiaccio ci va con le scarpe normali, per tastare il terreno, insomma vuole giocare ma secondo le sue regole, senza rischi e senza poesia. Gli leggi in faccia Colcazzo che mi infilo quei cosi!, io non mi fido. E non si convince nemmeno se arriva Carolina Kostner a prenderlo per mano sorridendo coi suoi trecentosessanta denti e sussurrandogli “Coragghio piiikklo pampìno, io aiuta te, ja?”.
C’è quello che si fa i selfie mentre entra in pista. Poi mentre sfreccia sulla pista. E poi manda la diretta Facebook dall’ospedale, magari con la testa rotta ma sempre con la duck face eh, mi raccomando il labbruccio a culo di gallina.
C’è quella in pieno trip natalizio (la classe non è acqua) che arriva bardata come una renna di Babbo Natale con cappellino rosso, sciarpa verde e maglioncino kitsch coi pompom, le mancano solo i campanelli per farti decidere ad attaccarle una slitta e gridare “Viaaa, andiamo a consegnare i dono ai bimbi buoni!”.
Il primo appuntamento con qualcuno che ci piace bisognerebbe organizzarlo per legge su una pista di pattinaggio, perché lì capisci tanto: se sa stare al gioco, se è permaloso, se è pronto a raccoglierti quando cadi per la millemillesima volta, se è autoironico, se sa ridere, se al primo graffio telefona alla mamma che a sua volta chiama l’elisoccorso (scappa ragazza, scappa e non voltarti).
Una pista di pattinaggio vista dall’alto sarebbe un incrocio infinito di traiettorie, percorsi, destini, cadute, partenze e fermate. Mi chiedo se siamo noi a decidere in che direzione pattinare, che giravolte fare o se in qualche modo c’è un filo rosso che ci guida. O se ci muoviamo come carpe nel laghetto cercando di schivare ostacoli e altre creature disorientate come noi.
In un modo o nell’altro anche Zoe e io abbiamo imparato a stare in piedi.
Lei è caduta tante volte e altrettante si è rialzata.
Abbiamo imparato che per pattinare bisogna lasciarsi andare, perché se non fai un atto di fiducia non vai da nessuna parte.
Che se si cade ci si dà una spolveratina e si riparte, senza restare a terra brontolando a gelarsi le chiappe.
Abbiamo riso tantissimo, soprattutto di noi stesse.
Abbiamo capito che per riuscire a pattinare bisogna fare attenzione alla propria strada senza preoccuparsi degli sguardi degli altri, perché anche loro hanno un bel daffare per non cadere.
Abbiamo scoperto che le cose difficili e che mettono paura, viste da dentro non sono poi così spaventose, soprattutto se le si affronta insieme.
Abbiamo deciso che la cioccolata calda con panna è ancora più buona dopo una bella pattinata.
E io ho capito che è ancor più bella con le guance rosse dal freddo e che pattineremo insieme finché lei vorrà aiutarmi a non cadere.

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