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Il gelato su Marte

Ieri pomeriggio avevo appuntamento in un negozio del centro per ritirare le mascherine dei bimbi.
Michele era impegnato, come ogni giorno, nella sua irrinunciabile siesta pomeridiana, così ho portato con me Zoe.
La via principale del paese marchigiano in cui vivo si chiama corso Garibaldi. È una strada porticata, il che mi fa sentire un po’ come se fossi a casa, in Emilia. Passeggiare sotto le logge ti fa sentire protetto, al riparo dalla pioggia e dagli sputi della vita. Quando passo di lì mi fermo sempre a guardare i palazzi del Quattrocento e del Cinquecento. Sono bellissimi, soprattutto quelli dall’aria più trascurata: ogni macchia, ogni erbaccia che cresce tra le loro ferite è una storia.

Ieri pomeriggio, diretta all’appuntamento per mano alla mia bambina, le mascherine sul viso e il passo veloce, mi sembrava di camminare sul set di un film di Sergio Leone. Il sole in faccia, vento polveroso, rare figure all’orizzonte, l’eco delle nostre voci.
Immaginavo che qualcuno potesse spuntare da dietro una colonna facendo roteare la sua colt per sfidarci a duello. Pum! Pum!, qualcuno che cade a terra stecchito. Passeggiare sotto i portici in tempo di pandemia ricorda un nascondino triste.
I negozi erano quasi tutti chiusi: qualcuno in attesa del fatidico diciotto maggio, qualcun altro completamente vuoto – il che non è mai un buon segno. Se un giorno i miei figli dovessero chiedermi com’era passeggiare sotto le volte un pomeriggio di maggio del duemilaventi, risponderei: struggente.
Ci siamo affacciate alla porta aperta della sartoria e abbiamo ritirato le nostre mascherine, belle e colorate e sfacciatamente allegre perché ogni metodo vale per aiutare i bambini fare amicizia il più serenamente possibile con le regole imposte da quel tentativo di fare un passo avanti che si chiama Fase due.

Tornando verso la macchina ci siamo accorte che la nostra gelateria preferita era aperta. Crema e stracciatella, fragola e pistacchio, giù le mascherine, il primo cono della stagione mangiato per strada, il caldo, la stracciatella che colava lungo il polso di Zoe, lei che non ci faceva caso perché troppo impegnata ad essere felice proprio in quel momento.
Io che invece mi sentivo come una astronauta su Marte. Un’astronauta che si era tolta il casco, un qualunque pomeriggio di maggio, su Marte. Ho mangiato il gelato alla svelta e mi sono risistemata la mascherina. Non so nemmeno che sapore avesse, quel gelato, però a Zoe ho detto che era buonissimo. Ho continuato a guardare mia figlia che sorrideva con la bocca impiastricciata, il gelato che colava, la gente che appariva e scompariva sotto i portici, guardinga.
E se arrivasse un marziano? Un marziano con la colt a sfidarci a duello? Tu hai il gelato in mano, io la mascherina e gli occhiali da sole graffiati: saremmo spacciate, socia.
Fortuna che tu hai il tuo gelato e sei invincibile.
Fortuna che tu sorridi.

Sono Valentina, mamma di città felicemente trasferita in campagna. Anello mancante tra la Fata Turchina e Maga Magò, provo a fare magie insieme ai miei aiutanti Zoe (detta Uga Paciuga) e Michele (aka Gigio). Infeltritrice professionista di maglioncini di lana, cioccolatomane, smemorata, collezionista di aria di mare, fotografie e libri. Sempre alla ricerca dei calzini spaiati ma soprattutto della bellezza nelle piccole cose.

Comments:

  • 16 Maggio 2020

    …la sensazione di trovarmi in un film di Sergio Leone l’ho avuta anche io…l’ho persino detto a una sconosciuta in una corsia del supermercato, quando impacciate abbiamo tentato di capire chi dovesse passare per prima.

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