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Da qualche giorno Michele prova a saltare. 
Piega le ginocchia, abbassa le braccia, poi le slancia verso l’alto emettendo un “Ghh!” degno dei migliori atleti olimpici, rullo di tamburi e… hop!
Nel peggiore dei casi i suoi piedini restano saldamente ancorati al pavimento – forza di gravità batte aspirante salterino uno a zero. Quando gli va bene, invece, riesce a sollevarsi di quel mezzo centimetro, perde l’equilibrio, finisce col sederino per terra e fra le guance gli fiorisce un sorriso che profuma di felicità. Non gli importa di essere caduto: è concentrato sul fatto di aver messo fra sé e il terreno un pizzico di “Ehi, ho volato!”.
Ho volato.
Non serve un occhio attento per osservare un bambino che impara a volare, ma è necessario uno sguardo libero dalle ragnatele del pensiero adulto. Un bambino che impara a saltare due volte su tre cade, ma è su quell’unica in cui vola che bisogna puntare.
Imparare a gioire con lui della sua grande conquista.
Sorridere di un sorriso ancora più grande del suo, se ne siamo capaci.
Tifare per lui, stare dalla sua parte, ma in punta di piedi, senza fare rumore. Ammirare uno spettacolo di cui non siamo i protagonisti ma solo fortunatissimi spettatori.
Da qualche giorno Michele prova a volare.
Mi sono chiesta da quanto tempo io non provo più a farlo, perché a differenza di mio figlio a me l’idea di finire col sedere per terra spaventa moltissimo.
Da qualche giorno Michele prova a volare e io so che ci riuscirà. Anche questa volta ho tutto da imparare da lui.

Sono Valentina, mamma di città felicemente trasferita in campagna. Anello mancante tra la Fata Turchina e Maga Magò, provo a fare magie insieme ai miei aiutanti Zoe (detta Uga Paciuga) e Michele (aka Gigio). Infeltritrice professionista di maglioncini di lana, cioccolatomane, smemorata, collezionista di aria di mare, fotografie e libri. Sempre alla ricerca dei calzini spaiati ma soprattutto della bellezza nelle piccole cose.

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