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[caption id="attachment_881" align="aligncenter" width="500"] Illustrazione di Norman Rockwell[/caption] Quando ero piccola, la festa più emozionante di tutte era per me il Natale. Aspettavo con impazienza la cena della vigilia con tutti i parenti, un vestito di velluto che mi faceva sentire come la protagonista di uno dei miei libri preferiti, quel "fare tardi" (che poi erano al massimo le undici di sera) per lo scambio dei regali, il film Disney alla Rai, il pesce gratinato della nonna, i "chissà se nevicherà". Ma sopra ogni cosa, quando tutto era finito e sulla tavola restavano solo bucce di mandarino e carta da regalo stropicciata, non vedevo l'ora di tornare a casa per preparare una tazza di latte, dei biscotti e una carota (chiedo perdono alle renne che per anni hanno dovuto contendersi l'unica carota che i miei fratelli e io lasciavamo loro), infilarmi nel letto e addormentarmi alla velocità della luce: prima mi fossi addormentata, prima sarebbe arrivato lui, Babbo Natale, l'omone vestito di rosso. Credo di essermi sempre detta: "Beh, forse non sono stata buonissima, ma Babbo Natale mi vuole bene, mi conosce, lui non lascia mica i bambini senza un regalo".

Sto scoprendo con una certa tremarella che i quattro anni sono la fase degli amici immaginari, dei cambi di identità e delle trasformazioni. Zoe ha tre amici immaginari che chiama "i miei fratelli", Giulio, Japoco (con le sillabe rigorosamente in quest'ordine) e Raffi; un giorno sì e uno no mi comunica come vuole essere chiamata, (generalmente sceglie i nomi dei suoi personaggi preferiti, ma guai a chiamarla col suo nome anagrafico); sperimenta le varie identità, le indossa e le toglie come fossero abiti di scena, alla ricerca della sua. Guardarla è tanto spiazzante quanto divertente: la sera lasci nel lettino tua figlia addormentata e la mattina dopo fai colazione con Wendy di Peter Pan, o se va male con Reagan de L'esorcista che sbafa biscotti appesa al soffitto.

Qualche pomeriggio fa Zoe e io siamo andate a pattinare sul ghiaccio. Per lei era la prima volta e non sapeva bene cosa aspettarsi, così si è infilata gli stivaletti e tenendomi per mano ha fiduciosamente messo piede sulla pista. Ora, la prima esclamazione che sgorga dal cuore quando, per la prima volta, si tenta di stare in piedi su una lastra di ghiaccio è all’incirca “Ma checc@**o…?!? Ma porc@*#**@!!!”. La sensazione è quella di avere due macigni al posto dei piedi e che le gambe non ci appartengano più, perché se ne vanno dove pare a loro come le palline di un flipper. Solo che, attaccati, ci siamo noi. Riassumendo: è i l p a n i c o.

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