Top

Pomeriggio, sul finire della riunione insegnanti-genitori alla materna. La maestra, col tono di chi sta per scoperchiare il vaso di Pandora: "Ecco, adesso siamo arrivati alla questione del rappresentante di classe...". Mi guarda. Qualche mamma mi lancia un'occhiata speranzosa. Le altre, saggiamente, ficcano la testa fra le spalle, nella borsa o fingono di aver visto volare un asino.

Come ogni giorno (tranne quando il papà, partendo in trasferta, si offre di fare lui da tassista), anche questa mattina il pullmino Mammaturchina Transport è partito alla volta della scuola, al grido di "Viaaa, verso nuove, fantastiche avventure!" (i bambini si aspettano che lo dica ogni volta che l'auto varca il cancello e sì, mi sento molto come una specie di ibrido fra Mary Poppins e un life coach da crociera).

Oggi ho avuto la malaugurata idea di andare a prendere Zoe in orario all'uscita dalla materna (di solito arrivo negli ultimi cinque minuti utili, è un ottimo stratagemma per non socializzare troppo). Alle dodici e ventinove il fratellino Michele e io stazionavamo sugli scalini della scuola, guardando le nuvole e ripetendo (lui) "Caccacaccacaccacacca" (oh, quando chiama, chiama). Alle dodici e trenta si è scatenato l'inferno:

Essere mamma* vuol dire essere nel posto sbagliato. Sei nel posto sbagliato quando, dopo aver partorito, ti ritrovi in stanza una "collega" con la voce di Puffetta che passa il tempo blaterando al telefono di contrazioni, punti e guarda-mai-più-in-vita-mia, mentre tu vorresti solo chiudere le orecchie e svenire in santa pace sognando una vodka tonic.

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.