Ti scatterò una foto

Quando avevi tre anni mi hai detto “Mamma, voglio fare le foto”, e io ti ho messo in mano una vecchia macchinetta di quelle compatte. Tu ti sei legata il cordino al polso, per non farla cadere, e da quel momento sei sparita in giro per casa. A volte mi ti ritrovavo davanti (non capivo come facessi ad arrivarmi così vicina senza farti notare) e mi scattavi una foto. Magari a tavola, o sul divano, o mentre facevo pipì: tu arrivavi e fermavi l’attimo, senza pietà, senza filtri.
Mi piace guardare le tue fotografie. Quando tutti dormono, sentendomi un po’ come una che stia forzando il lucchetto di un diario segreto, prendo la macchinetta e sbircio.

Ci sono ancora gli scatti di quando eravamo nella casa vecchia, la nostra prima casa: foto spesso sfocate o mosse, per metà coperte da un ditino piazzato proprio davanti all’obiettivo. Foto dei tuoi giocattoli, di un segno sul muro, del naso tartufone dei nostri cani. Riguardarle è come sfogliare un album personalissimo e denso di sentimenti, con tanti dettagli che avevo dimenticato e che odorano di polvere e belle speranze. Angoli di giardino, le discutibili piastrelle del bagno anni Settanta, il mio esausto pancione di otto mesi mentre preparavo scatoloni in vista del trasloco.
Poi ci sono le foto più recenti: un click dopo l’altro hai affinato la tecnica. Le immagini non sono più tremolanti e hai anche imparato a farti i selfie, che nel tuo caso sono buffi autoscatti con guance tonde in primissimo piano e un paio d’occhi da cerbiatto (spero passi ancora molto tempo prima che le smorfie diventino del genere ‘labbra a culo di gallina – occhioni sgranati’ di tante adolescenti). Immagini del fratellino Michele sul seggiolone, di me che mi lascio ritrarre con la solita espressione ma-che-cacchio-di-faccia-devo-fare?, di palloncini per qualche festa, del gatto Poldo appena arrivato a casa, di bambole e scarpe nuove.
Le foto dei bambini non sono immagini qualsiasi: io ho potuto capire quale sia il tuo punto di vista sulle cose sbirciando dentro una Samsung tascabile.
Tanto per cominciare ho scoperto il tuo mondo “rasoterra” e ho capito quanto sia importante abbassarmi quando parlo con te. E non importa se le ginocchia scricchiolano: per parlare con un bambino è necessario che i nostri occhi e i suoi siano alla stessa altezza, perché non importa se una persona è grande e l’altra è piccola, gli sguardi per primi devono potersi abbracciare.
Ho capito che a un bambino gli adulti sembrano tutti alti come giocatori di basket, anche se arrivano a stento al metro e sessanta. Ho capito che, visti da sotto in su, noi ‘grandi’ sembriamo buffi, ma anche spaventosi se ci arrabbiamo. Ho capito che non deve essere facile sentirsi così piccoli in un mondo così grande. Altre volte, invece – ad esempio quando si gioca a nascondino – credo sia davvero divertente e utile occupare poco spazio. Ho capito che per far sentire la propria voce ci vuole sempre qualcuno che si chini ad ascoltare, a voler capire.
Poi, delle tue fotografie mi ha colpito la passione per i dettagli. Imperfezioni sul muro, colori accesi, una espressione buffa.
I bambini osservano noi e il mondo con stupore. Ci guardano come se fossimo sempre nuovi, e questo è un grandissimo dono che ci fanno. Ci concedono, ogni volta, il beneficio del dubbio, e ci offrono la possibilità di dimostrarci migliori. Non basterà un sorriso forzato per ingannarli, perché loro ci leggono: se siamo tristi lo capiranno, se siamo felici rideranno con noi.
I bambini sanno mettere a fuoco l’essenza.
Ho milioni di fotografie gelosamente custodite e perfette per i social, ma le più belle sono le tue, perché raccontano quel che è e a cui non si bada troppo: un tetto sopra la testa, il sole in giardino, lo slalom in mezzo ai giocattoli, l’amore-odio-amore per quel tuo fratello che ti ha strappata dal centro dell’universo, il primo giorno di scuola, l’ultimo giorno di scuola, pomodori a pranzo e compleanni.
Il tuo sguardo non conosce pietà per la finzione, ma al tempo stesso è pieno di sentimento per ogni cosa animata e inanimata, per ogni istante che di questa vita ci è dato vivere.
La piccola compatta tutta graffiata e ammaccata è la nostra scatola delle magie: tu ci metti dentro ogni giorno un po’ di bellezza e io, ogni sera, ne prendo un po’ in prestito.

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